INTERVIEW

 
Intervista a Tarcisio Olgiati di Giordano Selini pubblicata su Basimedia Magazine    (12/1999)
 

 

Tenorsassofonista dal suono intenso e vellutato, che si traduce in un armonioso e dovizioso flusso d’alea, Tarcisio Olgiati si è segnalato tra le più belle realtà del sax tenore in Italia. A lui la parola per questo suo lungo racconto autobiografico…
 

 

D.: Tarcisio, come ti sei avvicinato al sassofono tenore e al jazz?
 

 

R.: Premetto che vengo da un piccolo paese dell’alto milanese, Dairago, e che questo ha influenzato non poco l’evolversi della mia “carriera”. La musica qui veniva infatti considerata (per quello che riguarda la mia esperienza era e forse è ancora così) solo un’attività ricreativa, che era impensabile far diventare un lavoro senza imbattersi nei giudizi un po’ taglienti dei compaesani che, sempre molto attenti alla concretezza, non si capacitano di come si possa scegliere questo stile di vita così strampalato e poco sicuro. Questo ovviamente va capito e rapportato alla realtà della provincia ex contadina e artigiana che, pur risollevatasi dagli anni magri, ancora non si dimentica di cosa volessero dire fame o freddo.
Ciononostante è fondamentalmente questo il motivo per  cui al primo manifestarsi delle mie propensioni per la musica  sono stato indirizzato alla banda del paese e non , per esempio, a lezione private o addirittura al Conservatorio.Ovviamente non rinnego nulla di ciò che ho fatto né rimprovero qualcuno, al contrario ringrazio la mia famiglia e mio zio Anselmo (mio primo maestro) per avermi permesso di capire che “dovevo” fare musica.

Rimane comunque il fatto che per molti anni sono rimasto convinto che la banda fosse il miglior luogo in cui esprimere tutta la mia musicalità e passione.
Chiaramente non era così e purtroppo il fatto che nessuno mi abbia aiutato a compiere scelte più coraggiose mi ha fatto perdere qualche anno, cosa che ancor oggi pesa sulla mia vita di musicista professionista.
Nella banda tutto era finalizzato al suonare e non c’era quindi una grande attenzione alla teoria musicale, più che altro si solfeggiava parecchio e questo in realtà non mi dispiaceva tanto (primo segnale di una mia diversità dalla media dei miei compagni e amici…). Il mio primo strumento è stato un sax contralto cioè esattamente ciò che desideravo, e questa è stata una fortuna, tenendo conto del fatto che normalmente le bande assegnano gli strumenti in base alle esigenze di organico più che in base alle inclinazioni dell’allievo.

Seconda grande fortuna è stato il fatto che dopo un anno circa, proprio quando il contralto cominciava a starmi stretto, la banda mi ha proposto di passare al tenore  ho accettato subito naturalmente e (terza enorme fortuna) mi sono ritrovato tra le mani, senza saperlo, un mitico Selmer Mark VI del 1966, strumento che ancor oggi dopo diciott’anni e…un po’ di peripezie uso tutti i giorni.
Il Jazz è arrivato tardi, dopo dieci anni di banda che mi avevano fatto scoprire molto sulla musica ma praticamente niente in confronto a ciò che stava a disposizione dietro l’angolo che io non avevo ancora girato.
In pratica ero bravo, perché negarlo, ma non conoscevo a fondo il mio strumento, leggevo bene ma non sapevo nulla di swing (anche se comunque, col senno di poi, posso dire che avevo un certo istinto…), orecchio ne avevo ma di improvvisare veramente non se ne parlava proprio, il suono era quello che era…e nessuno mi faceva capire che si poteva migliorare; la musica che ascoltavo era normalissimo pop radiofonico, quasi non sapevo neanche che esistesse il jazz…e poi chi sapeva dove trovarli quei benedetti dischi di jazz? Chi sapeva non parlò!
Il primo passo in avanti è stato l’arrivo nella banda del nuovo maestro, Massimo Patracchini, musicista professionista, trombonista diplomato, freelance e turnista, compositore, arrangiatore e quant’altro. 
Con lui si è svecchiato finalmente il repertorio, la banda si è trasformata in una pseudo big band,  c’era finalmente qualcuno che ci parlava di respirazione diaframmatica, di imboccatura, di interpretazione swing, di improvvisazione; c’era entusiasmo

e si rimaneva a suonare anche dopo la fine delle prove “istituzionali”; si era formato un bel gruppo di appassionati che però volevano anche migliorare. Questo sarebbe dovuto accadere molti anni prima ma tant’è, finalmente il processo era iniziato.

 

Contemporaneamente, dopo quasi dieci anni di convivenza col sax, al liceo ecco la mia prima esperienza extra bandistica: i Two Inches Up, diventati poi Anabasis; facevamo rock italiano ed io avevo ormai imparato ad improvvisare a spanne, a orecchio, senza sapere nulla di tonalità e accordi e continuavo a non conoscere il mio strumento, tanto che è stato un cantante a rivelarmi che potevo suonare note più acute del “fa alto”…
In compenso i miei amici mi hanno introdotto (finalmente, a diciotto anni, succedeva qualcosa) al jazz, più precisamente alla fusion, da cui mi sono mosso con percorso a ritroso verso il jazz.
Sconvolto dall’aver capito che…non avevo capito niente, ho deciso finalmente di studiare sul serio il sassofono e così ho contattato Paolo Tomelleri, grande maestro, noto a tutti, tranne che a me ovviamente...
Voglio solo dire che mi si è disvelato un orizzonte sconosciuto e tremendamente affascinante: finalmente il mio sax suonava, finalmente io capivo, crescevo, trovavo la direzione che senza saperlo avevo sempre cercato; ci provavo, mi riusciva e mi piaceva.
 

 

D.: Quali sono stati i sassofonisti che inizialmente ti hanno colpito di più?
 

 

R.: Fino a quindici anni zero assoluto. Non avevo mai comprato un disco né ero mai stato ad un concerto (tranne qualche orchestra di liscio nelle feste di paese e qualche cassetta di Papetti che girava per casa…rigorosamente senza copertina!). Con le scuole superiori però ho cominciato a confrontarmi con realtà più articolate di quella in cui ero vissuto fino ad allora: sono uscito da Dairago, ho conosciuto gente diversa, "cittadini", ho cominciato a frequentare i negozi di dischi, ho comprato lo stereo, ascoltavo la musica che mi piaceva allora, il pop inglese sofisticato (Sade, le prime cose di Sting solista, Matt Bianco, The style council, Simply red, e mettiamoci pure il blues all’italiana di Zucchero ai tempi di Con le mani).
Mi sono innamorato del sassofonista di Sade, Steward Matthewman, perché è stato il primo che ho sentito suonare col sax tenore esattamente ciò che avrei suonato io. Poi è stata la volta di Clarence Clemmons, il sassofonista di Springsteen, col suo straordinario suono che non riuscivo assolutamente a riprodurre; quindi sono rimasto fulminato dai fantastici soli di sax baritono in cui Ronnie Ross si produceva nei dischi dei Matt Bianco e dai perfetti interventi di Branford Marsalis nei dischi di Sting.Riuscivo ad imparare a memoria le uscite di questi sassofonisti ed anche a "suonare con loro" sui dischi, ma quando ho comprato il disco della colonna sonora di Round midnight di Tavernier, e ho ascoltato quindi Dexter Gordon, ho capito che il jazz era un’altra cosa…ed infatti non riuscivo a suonarci sopra, l’orecchio non bastava più.

I primi sassofonisti che ho ascoltato moltissimo sono stato i bianchi post-coltraniani, i vari Bob Berg, Brecker, Bill Evans (il sassofonista), Grossman, Mintzer, Bergonzi; sono tutti "mostri" che mi hanno aiutato a capire quali sono le potenzialità del sax tenore; li ho studiati veramente tanto, forse più dal lato tecnico che da quello musicale.

Ho preso però quasi subito una cotta anche per Parker, il brano che preferivo era la storica versione “allucinata” di Lover man, mi faceva rabbrividire ogni volta che la ascoltavo.

L’ho anche trascritta in maniera iperprecisa, comprese le imperfezioni, e ho tentato di risuonarla al sax contralto (nel frattempo avevo ampliato il mio parco strumenti con sax alto e soprano, a cui avrei aggiunto in seguito sax baritono e flauto)  ma ho capito subito che la musica non emanava dalle note, quanto da un quid che Parker aveva e io no.

Dopo aver passato in rassegna tutti i moderni tenoristi e non (Lovano, Andy Sheppard, Margitza, Tom Scott, George Young, Malach, Schneider, Garbarek, Marsalis, gli italiani Tracanna e Giammarco, Sanborn, Ronnie Cuber, Marienthal) e qualche grande vecchio (Webster, Byas), ho cominciato a cercare più indietro nel tempo (ma non troppo) le origini del suono del jazz, così ecco Trane, Rollins, Shorter, Stitt, Cannonball, Woods, Thompson, Getz, Lacy, senza escludere altri musicisti quali Davis, Bill Evans (il pianista), Jim Hall, Burton

Oggi, mentre seguo l’evoluzione dei vari Redman, Carter, Sanchez, ascolto jazz soprattutto alla radio, grazie al proliferare di programmi notturni su emittenti private e pubbliche che mi tengono compagnia durante i viaggi; così mi scopro particolarmente attratto dal jazz vocale, dalle big bands, dal pre-bop di Hawkins, Webster, Hodges, dallo swing molto esplicito e dalle sonorità che avevo sempre snobbato e che ora mi trovo ad utilizzare sempre più spesso, anche se penso che le mie influenze iniziali siano ancora percepibili nel mio stile.

Mi lascia invece completamente indifferente tutto ciò che riguarda il free , ascoltato solo saltuariamente e con scarsa soddisfazione. Più che altro trovo che molto free sia un pretesto per fare ciò che si vuole senza troppa attenzione alla direzione, all’idea, soprattutto alla bellezza. Voglio dire che conosco esattamente le tecniche degli armonici, dei suoni parassiti o percussivi, dei multiphonics o dei sovracuti, dei suoni onomatopeici e così via, ma non mi sognerei mai di fare un concerto di due ore solo con queste sonorità. Penso che si debba rispettare il pubblico, senza obbligarlo ad ascoltare delle cacofonie solo perché noi le abbiamo ammantate di significati più o meno esoterici. Quando sento questo tipo di musica non resisto più di dieci minuti, mentre in realtà è molto divertente e liberatorio suonarla…Che sia tutta una questione di egoismo del musicista?

 

 

D.: Quali sono state le esperienze musicali più importanti che hai avuto prima dell’incisione del tuo CD Cloudy?
 

 

R.: Tralasciando la banda, il gruppo rock al Liceo e alcune esperienze di tipo semiprofessionale in orchestre da ballo , che hanno comunque contribuito alla mia formazione professionale soprattutto per quanto riguarda il “mestiere”, il primo vero lavoro è stato il tour con Betty Curtis nel 1991, seguito da altri due negli anni successivi.

Tralascerei però anche questo per parlare meno di lavoro e un po’ più di musica.
Il mio primo gruppo stabile di jazz è stato il Marbleplaza Quartet, diretto insieme al chitarrista Cesare Bonfiglio dall’86 fino circa al ’92, anno in cui ognuno ha preso la propria strada , per ritrovarsi magari in situazioni estemporanee o in progetti mirati ma di breve durata (per tacere del fatto che Cesare è direttore, insieme a Ornella Gobbi, della scuola di musica Nuova Busto Musica, una delle scuole in cui insegno).
Il quartetto, nato prima che entrambi cominciassimo a prendere lezioni di musica, era un gruppo elettrico con velleità stern/brecker/berghiane, ma si è sviluppato acusticamente con l’adozione di un repertorio più standard e l’arrivo della ritmica formata da Carlo Pedrini alla batteria e Marco Allevi al contrabbasso. 

Grazie a questo e ad un impegno promozionale non indifferente, il quartetto ha suonato parecchio, anche in locali prestigiosi (Cotton Club di Sirtori, La Rosa Rossa di Monticelli d’Oglio, Cinghei di Lesmo, ecc.), con il prezioso aiuto di quelli che nel frattempo erano diventati nostri insegnanti: Tomelleri e Luciano Zadro.
Contemporaneamente a Marbleplaza ho fatto parte della big band “Monday Orchestra” di Filippo Daccò, altra grandissima palestra musicale dove ho potuto conoscere diversi musicisti che avrebbero poi “sfondato”, chi professionalmente (vedi mezza big band di Demo Morselli…) chi artisticamente, uno su tutti il trombonista Beppe Caruso. Inoltre all’interno di questo contesto ho conosciuto Michele Franzini, attuale pianista del mio quartetto.
La Monday Orchestra viveva a fasi alterne, non si suonava tanto ma si facevano prove tutte le settimane; l’organico cambiava in continuazione e Filippo era di umore un po’ incostante: a volte era insopportabile l’insofferenza con cui pigramente dirigeva, visibilmente insoddisfatto delle esecuzioni, ma non facendo niente per migliorarle.
Comunque Daccò mi ha valorizzato come solista, mi ha insegnato l’importanza della concisione, mi ha insegnato a pensare alla voce di uno strumento come parte del suono orchestrale e non mi ha fatto mancare i complimenti quando li meritavo, tanto quanto era impietoso nelle critiche.
Nel ’93 ho formato il primo quartetto a mio nome - con Pedrini alla batteria, Scoca al contrabbasso e Bernasconi al piano - con cui mi sono esibito nei locali milanesi e della provincia.

Negli stessi anni ho suonato con tantissimi musicisti anche importanti (Tomelleri, Soana, Migliardi, Righello, Moroni, Detto, Colnaghi, Ratti, Palumbo, Bedori e molti altri), sia in situazioni professionali che in jam session. Da tutti loro ho imparato qualcosa, ad esempio a far vibrare le corde profonde come quelle superficiali, a frenare il mio istinto, a digerire i bocconi amari che la vita e le persone (compresi alcuni dei musicisti citati…)ci costringono ad inghiottire.
Ho fatto parte della “Big Bandit” di Como, ho suonato nella fantastica orchestra del musical "Ma per fortuna c’è la musica" di Johnny Dorelli diretta da Renato Serio, al fianco di musicisti quali Claudio Allifranchini, Paolo Brioschi (che avrei in seguito chiamato per i miei gruppi), Riccardo Fioravanti, ecc.
Ho anche fatto il freelance per qualche mese, alternandomi tra rock e jazz, tra salsa e turni di registrazione, lavorando anche con musicisti come Mario Rusca, Stefano Bagnoli, Vanni Stefanini e calcando palchi quali il Teatro Sociale di Como, il Capolinea, lo Studio 7 del povero Tito Fontana; è proprio in questo periodo che ho conosciuto Marco Mistrangelo e Marco Castiglioni, contrabbassista e batterista del mio attuale quartetto.
Dal 1993 faccio parte dell’Orchestra Bravo di Augusto Righetti, formazione che mi dà da mangiare e mi permette di suonare in situazioni anche molto prestigiose (Londra, Montecarlo, San Pietroburgo, Amburgo, Venezia, televisioni, varie incisioni discografiche, ecc.). Il lavoro con questa orchestra spesso consiste nel suonare standards o evergreen, con la possibilità di improvvisare, ma sempre con una grande attenzione a non urtare la (iper)sensibilità del pubblico che troviamo sotto il palco.

Certo può capitare di lasciarsi andare ed è in questi casi che interviene il capo…
Devo dire che essere obbligato a frenare la mia foga esecutiva mi ha un po’ disturbato all’inizio, ma in seguito ho imparato a trasformare questa incombenza in un esercizio positivo e ad usarla per sviluppare la creatività ed il suono piuttosto che la distensione degli a solo in più chorus, per imparare a cercare la melodia “definitiva” piuttosto che l’esposizione torrenziale delle idee a getto continuo.

 

Tutto sommato si tratta però di lavoro di routine e per non cadere in baratri di frustrazione artistica e di stasi creativa, ed anche per separare bene l’arte dal lavoro, ho deciso di scrivere ed eseguire musica mia formando un quartetto stabile che è proprio quello del CD Cloudy
 

 

D.: Passa in rassegna uno per uno i brani che compongono il tuo CD
 

 

R.: scarica la canzone Cloudy  è stato il secondo brano da me scritto in assoluto, è un tema nato in realtà da una linea di basso, sovrapposto a questa riempiendone i vuoti e completandola. Il risultato è un pezzo che in pratica è un blues minore in 24 battute, dove si presentano tre diverse situazioni: linea di basso e pulsazione della batteria creano un fondale molto swingante e tutto sommato lineare, la melodia è frastagliata, ritmicamente movimentata e con finale “aperto”; a tutto questo va ad aggiungersi l’armonia che funge però più da impianto coloristico che da base per improvvisare.
In definitiva si tratta di un brano in cui liberare la propria vena improvvisativa creando situazioni, interagendo con gli altri musicisti e cercando soprattutto di essere sinceri.
Passando a scarica la canzone Giaguari Ignari , di Franzini, devo dire che è uno dei miei brani preferiti, sia all’ascolto del CD che nei concerti.
E’ un brano che già nel tema presenta una varietà di situazioni che sono un grande stimolo per improvvisare ed inoltre l’andamento ritmico latino (ma forse sarebbe più corretto dire brasiliano) trasporta molto se si riesce a lasciarsi andare alle sensazioni. 
Nell’arrangiamento di Michele per sestetto il brano assume una forma completamente diversa rispetto alla versione in quartetto, diventa più morbido – cosa che inizialmente mi ha un po’ sconcertato, in quanto il brano sembrava perdere un po’ del suo “tiro” – , più pensato ed impone dei limiti “territoriali” all’improvvisazione. In realtà, ripeto, ora è uno dei miei brani preferiti e anche le persone che hanno ascoltato il CD lo indicano come uno dei momenti più belli, anche per la bella prova di Francesco Manzoni (flicorno), che riscatta con un bel solo, che però a lui non piace…, un atteggiamento non proprio positivo in studio.
scarica la canzone Frankie’s Last Prayer  è un valzer abbastanza lieve e danzante che però ha una storia un po’ triste, nasce infatti dal desiderio di lasciare un ricordo e una dedica a mia nonna nel giorno della sua morte (Frankie è Franchina, nome con cui era conosciuta da tutti anche se in realtà si chiamava Giovanna).
Il brano è interamente costruito sul tema che è stato poi armonizzato con criterio un po’ naif, pensando cioè molto alle sonorità più che alle regole. Questo, che costituisce il pregio ma anche la difficoltà del brano, fa sì che sia difficile improvvisare sopra un giro armonico con pochi punti di riferimento; conviene quindi pensare melodicamente più che cercare di seguire le sigle.
scarica la canzone Captain Cheat , un anatole reinterpretato da Michele soprattutto nella parte “B”, mi ha ispirato un’improvvisazione molto viscerale, in cui tra bop e libertà emerge soprattutto l’inconscio. Il brano, che contiene anche una bella uscita solistica di Castiglioni, sarebbe viziato in realtà da alcune imperfezioni formali, ma abbiamo deciso di tenere tutto per non rovinare la spontaneità dell’esecuzione.
scarica la canzone Silver’s Serenade è una versione “franziniana” del noto tema di Horace Silver, con la particolarità dell’andamento poliritmico della linea di basso e piano che accompagna il tema. A questo si aggiungono un accompagnamento ternario di Castiglioni e sonorità vagamente giamaicane che si stemperano e risolvono naturalmente in uno swing leggero, vitale e pulsante, per poi riproporre nel finale la particolare rilettura del tema.
Il sesto brano è scarica la canzoneBlues for Giulia  (e non Soul Eyes come riportato sulla copertina…), un blues che Mistrangelo ha dedicato a sua figlia. In realtà è un blues atipico: il tema, come dice anche l’autore, è pensato più secondo una concezione intervallistica che come una linea sugli accordi, e questo lo rende anche ritmicamente indipendente dalla struttura, tranne che per il numero di battute.
La particolare sonorità “out” invita a sciogliersi dai legami dell’armonia e suggerisce un’interpretazione in trio del tema, cosa che facciamo puntualmente dal vivo e che in questa registrazione abbiamo voluto estendere a tutto il brano, con risultati interessanti e stimolanti per un’improvvisazione libera e spregiudicata.
scarica la canzone Soul Eyes , l’altro brano non originale del CD, è una straordinaria ballad di Mal Waldron che mi ha sempre affascinato per i suoi chiaroscuri molto intensi e per il tema molto disteso che si presta ad essere reinterpretato, senza perderne il rispetto, in maniera personale, ad essere parafrasato esplorandone e sfruttandone le possibilità melodiche. L’esecuzione in duo all’insegna dell’interplay è figlia delle serate che io e Michele Franzini facciamo quando i locali non hanno abbastanza soldi per un quartetto (!) ed è frutto di un “buona la prima” durante una seduta di registrazione che con questo CD non c’entrava assolutamente nulla, si trattava infatti di una delle sedute di Percorsi obbligati, il nuovo CD di Franzini .
Ti posso dire che sulle prime la take non mi soddisfaceva proprio completamente, ma sono stato “costretto” (per fortuna…) a tenerla dalle “minacce” di Daniela Panetta (la cantante con cui Michele stava in quell’occasione registrando) e di Paolo Falascone (proprietario e ingegnere del suono del Murec Studio, dove sia io che Michele abbiamo registrato il materiale per i rispettivi CD). Ho capito fin da subito che avevano ragione loro.
L’ultimo brano “vero” del CD è scarica la canzone Secrets of the Woods , anch’esso di Franzini, di cui si trova una versione anche nel primo CD di Michele uscito per la Philology , disco che tra l’altro ne porta il nome. Il tema si basa su una struttura apparentemente complessa che poi, analizzata, si rivela una giustapposizione di più chorus di blues minori in diverse tonalità alternati a un chorus in maggiore oggetto di una particolare riarmonizzazione. Il brano è proposto in un inedito arrangiamento per sestetto che ne esalta la natura tumultuosa e magmatica suggerita dalla ritmica iniziale, forse più che nella versione senza fiati del CD di Franzini. Anche qui troviamo un bell’intervento di Manzoni che caratterizza il pezzo col suo notevole senso melodico; inoltre ha spazio solistico anche Davide Ambrosioni (sax alto), che anche in Giaguari Ignari svolge invece un oscuro ma prezioso lavoro di sezione. Il brano è anche caratterizzato da tre momenti di forte interazione tra i musicisti: il rincorrersi dei sassofoni nella sezione solistica a loro dedicata, il solo di batteria prima “accompagnato” e poi “liberato”, il finale dove i tre fiati si passano la palla sul pedale della ritmica per lasciarsi andare ad una sorta di mini improvvisazione collettiva quasi catartica che guida il brano alla sua naturale conclusione.
Il CD si chiude con scarica la canzone Frankie’ Flight , un cameo per piano solo che non è altro che una piccola rivisitazione del tema di Frankie’ Last Prayer improvvisata da Franzini con l’unica indicazione da parte mia di usare una sonorità che ricordasse un carillon. In sostanza una sorta di piccolo, malinconico saluto, una reminescenza leggera, un ricordo sbiadito che si vorrebbe trattenere…
D.: Che tipo di contributo hanno dato Franzini, Mistrangelo e Castiglioni alla riuscita del CD?
R.: Innanzitutto desidero ringraziare Michele e i due Marco per avermi seguito nell’impresa, così ardua di questi tempi, di mantenere vivo un quartetto di jazz, oltre ad avermi permesso di formarlo.  La cosa curiosa è che questa ritmica, nata per mia scelta con il mio quartetto, non aveva mai suonato insieme ed ora invece sono anche un trio indipendente e fanno pure i dischi…
Michele ha dato comunque un contributo particolare alla riuscita sia del quartetto sia del CD, fornendo molti pezzi per il repertorio, molte idee per gli arrangiamenti oltre ovviamente alla sua spiccata musicalità, che tra l’altro gli procura molti complimenti da parte degli ascoltatori del CD, molti più che al sassofonista…

In effetti basta ascoltare l’inizio di Cloudy per rimanere colpiti dal suo stile particolarissimo, ricco di idee melodiche e di lirismi avvolgenti, nello stesso tempo essenziale e ricercato ma per nulla dimentico di quelle caratteristiche timbrico/ armonico/ritmiche che sono bagaglio indispensabile per un pianista di jazz.
Mistrangelo, al di là dei notevoli spazi solistici che si è ritagliato ed ha sfruttato al meglio, mi ha sempre colpito per la sua solidità ritmica e per il suono pieno e vibrante, nonché per la mole di idee creative e stimolanti con cui colora le sue linee e che permettono al solista e al batterista di dialogare su più livelli con una gran varietà di situazioni musicali.
Castiglioni risponde in pieno a questo tipo di stimoli (soprattutto quando è in serata di grazia e ha voglia di lasciarsi andare) diventando incontenibile e producendosi in un drumming molto imprevedibile per soluzioni timbriche e ritmiche. E’ per questo motivo che l’ho voluto per il mio progetto dopo averci suonato insieme nelle jam session del Cotton Club di Sirtori: non smette mai di spingerti dietro le spalle mentre suoni
Vanno ovviamente ricordati Davide Ambrosioni e Francesco Manzoni che, in amicizia e ognuno alla propria maniera, si sono prestati a questa impresa portando il proprio contributo umano e musicale.

D.: Che cosa ci puoi dire delle performances del quartetto dal vivo?

R.: I concerti sono il motivo per cui esiste questo gruppo; la voglia di liberare la creatività è stata la molla che mi ha spinto fin qui, io che stavo rischiando di diventare niente più che un normale lavoratore della musica. Questo è risultato molto evidente nelle prime uscite del quartetto, quando esaurivo le forze e la pazienza della sezione ritmica con soli fiume molto appaganti e liberatori per me quanto estenuanti per colleghi e pubblico. Era un atteggiamento poco progettuale, nonostante il repertorio fosse già più o meno impostato come quello attuale.
Parlando proprio di repertorio bisogna dire che nella scaletta di un nostro concerto sono presenti anche pezzi che non fanno parte del CD, come Softly as in a Morning Sunrise, Body and Soul, Contraffazioni (un ennesimo brano di Franzini che è un tema originale basato sulle armonie di Speak low) e tutto quanto di standard ci ispira quella sera; ovviamente tutti i brani sono in quartetto.
Dal vivo comunque emerge un approccio più viscerale, meno controllato, più teso, senza per questo essere forzato, dove si osa giocando sulla possibilità di suonare senza alcuna imposizione dovuta a tempi da riempire. A volte questo giochino porta a risultati creativamente interessanti, altre volte finisce per rivelarsi una sorta di accanimento alla ricerca della frase o del colore giusto, senza accorgersi che forse sarebbe stato meglio fermarsi qualche chorus prima…Siamo comunque insieme ormai da troppo tempo per non capire quando un solo deve finire, ci basta veramente un cenno, un lancio ritmico particolare per portare tutto alla normale risoluzione. 
Riassumendo in due parole, dal vivo rischiamo e cerchiamo di più.
 

 

D.: Attualmente che direzione ha preso la tua musica?
 

 

R.: Mi risulta difficile rispondere a questa domanda, più che altro perché, rifacendomi ad una delle risposte precedenti, più che scrivere mi piace improvvisare.
Ti posso dire che nel mio songbook ci sono pochissime composizioni e sono tutte diverse tra loro; sembra quasi che la mia musica dipenda molto dal mio stato d’animo più che dalla ricerca di uno stile o di una direzione definiti.
C’è anche da dire che non ho una vena compositiva particolarmente viva, fatico proprio a fissare le idee sul pentagramma, e questo per me è un grande cruccio.
Fortunatamente Michele scrive a getto continuo e quindi mi propone in continuazione ottimo materiale.
Ultimamente mi è venuta l’idea di inserire nel repertorio del quartetto alcuni brani originali di un contrabbassista classico, Emanuele Pedrani, che però suona il piano veramente bene e tra l’altro improvvisa molto ma molto meglio di molti jazzisti, pur non avendo praticamente esperienza o studio metodico sulla materia.
Si tratta di brani molto melodici, vagamente jarrettiani, che mi ispirano un’interpretazione molto sentita espressivamente, e questo collima con il mio attuale approccio alla musica. 
 

 

D.: Cosa cerchi di esprimere attraverso le tue improvvisazioni?
 

 

R.: Come tutti ho imboccato i vicoli ciechi dell’imitazione, sono passato attraverso le infatuazioni per questo e per quello, mi sentivo bravo ma mi ritrovavo vuoto; ho studiato molto e questo si sentiva fin troppo, ho detto tante parole giuste senza preoccuparmi del fatto che suonassero sincere…
Oggi ho sicuramente meno tecnica che in passato, ma posso dire che finalmente so a che scopo va usata.
Conosco lo strumento, ho un suono che (per ora) mi soddisfa e mi appartiene, mi sono fatto anche un po’ di esperienza , ma soprattutto so cosa voglio sentire quando improvviso: è abbastanza inspiegabile, ma “avverto” la soddisfazione e questo avviene quando sento di esprimere l’emozione del suonare, quando il mio sax parla come se fossi io, quando mi sento un tutt’uno con la musica che suono.

Ecco, penso di essere alla ricerca più che altro di questo, della sicurezza di esprimere me stesso, anche ciò che in quel momento non so di essere, le mie storie e i miei momenti; viaggio per trovare la frase “giusta” in quanto sincera ed inequivocabilmente mia. Come tutti, penso.

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